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Oggi parlerò del Sud dell’informazione, L’informazione vista dalla periferia… Il luogo dove Il Fatto Quotidiano non arriva e le liste civiche a 5 stelle sono pura utopia. Dove i sindaci dei paesi vengono messi quali specchietti per l’elezione del presidente della provincia.

Provate ad immaginare: Congresso sulla libertà di stampa, a Calimera… Senza togliere nulla ai giornalisti presenti, senza togliere nulla alle idee presentate… Relatori di tutto rispetto: Quotidiano, Canale 100 e due altri giornalisti “tutti veterani del mestiere”.

La conclusione dell’incontro? La libertà di informazione è pura utopia, ciascun giornalista manipola le informazioni in base al colore di chi gli sta dietro e “l’equilibrio” sta nel manganellarsi a vicenda in base al colore politico.

Questa è la concezione della “libertà di stampa” made in Sud dovuta soprattutto a pressioni di lobbies, editori, politici, mafie, gruppi massonici, Berlusconi ecc. ecc. ecc. Tutto perfetto, tutto giustissimo ma… il solito piangersi addosso tipico della nostra cultura…

Propongo, mi espongo e chiedo: “ma non si potrebbe provare una forma di informazione alternativa? Se si reputa così importante l’indipendenza del giornalista da editori “imprenditori”… perché non si prova a replicare l’esperienza di un giornale come “il Fatto quotidiano” di Travaglio?”.

Risposta… la potete pure immaginare, a grandi linee… “Rischiare il c..o e rischiare di rimanere senza lavoro per avviare un giornale che rischia di non essere comprato? see… come no…”

Occasione buttata di riscatto morale del sud… ma non dispero e segnalo il gruppo Calimerese Polemonta che sono dichiaratamente di sinistra ma che hanno la voglia di manifestare le proprie idee con chiarezza, senza nascondersi in luoghi comuni…Anche rischiando…

Sono sempre più convinto che la rete ci salverà da questa deriva… Quando tutti sono fermi iniziate a muovervi…

Inneres Auges

Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando
o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina.
Uno dice che male c’è a organizzare feste private
con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato?

Non ci siamo capiti
e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?
Che cosa possono le Leggi dove regna soltanto il denaro?
La Giustizia non è altro che una pubblica merce…
di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori
se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente.

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
Con le palpebre chiuse s’intravede un chiarore
che con il tempo e ci vuole pazienza,
si apre allo sguardo interiore: Inneres Auge, Das Innere Auge

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
Ma quando ritorno in me, sulla mia via,
a leggere e studiare, ascoltando i grandi del passato…
mi basta una sonata di Corelli, perchè mi meravigli del Creato!

P.S. da fonti attendibili ho saputo che “Inneres Auges” significa  “l’occhio interiore” in tedesco.

Da oggi il Prospettive inizierà una parentesi culturale che durerà fino a quando questa mia persona avrà la forza di resistere al sistema Sud.

Il sistema Sud è un moto spontaneo, un modo di pensare intrinseco alla cultura di gran parte del Sud d’Italia è , fondamentalmente, un sistema per mantenere lo status quo, l’equilibrio, all’interno della società stessa. Un sistema per impedire qualunque moto di cambiamento… Il sitema sud è la causa principale delle “emigrazioni di massa” dei giovani dal sud. Il sistema sud è racchiuso nella frase “giù da noi non c’è lavoro e le cose non si possono cambiare”.

In generale si può dire che ogni tentativo di cambiare tale sistema è vano, perchè non è qualcosa di artificiale, ma una manifestazione intrinseca della “piangeria” del sud. Fondamentalmente è un’autodifesa del sistema di potere gerontocratico e gerarchico del sud, che ci fa nascere nella convinzione che l’unico modo per sopravvivere al sud è adeguarsi al sistema o emigrare.

Oggi parlerò di una piccolezza che mi è accaduta oggi che sul momento mi è apparsa banale… ma che banale in realtà non è…

Sto da alcuni giorni cercando di avviare una piccola attività di informatica, l’unica cosa che adorerei fare da tempi immemorabili. Sviluppo di siti web, Assistenza informatica (poco per evitare ), un servizio “innovativo” di pronto soccorso informatico su 24 ore per aziende, e corsi di informatica.

L’idea di organizzare corso di informatica mi sarebbe piaciuta e ne ho parlato con una persona, visto che l’avevo scritto sulle mie semplici broshures.

Tra una cosa e l’altra è capitato di chiacchierare un pò su come gestire l’attività e, magari, di come organizzare i corsi.

Questa persona (una persona che comunque stimo molto)  mi ha dato due “dritte” che sul momento mi sono sembrate anche accettabili, ma che poi, col passare del tempo, hanno svelato un lembo della “cupola” che racchiude il Sud:

  1. Riguardo all’attività che sto avviando dovrei cercare di mettermi d’accordo con gli altri operatori del settore in modo da non avere prezzi troppo competitivi;
  2. Riguardo hai corsi, invece, mi ha suggerito di organizzare i corsi di informatica e di proporli al Comune per essere finanziati in modo da renderli gratuiti a chi partecipa (io invece stavo pensando di organizzare i corsi per conto mio (a pagamento) e affittare la saletta del comune che è l’unica ad avere una  struttura sufficentemente avanzata – almeno per ora).

In un primo momento i suggerimenti mi sono sembrati validi dal punto di vista razionale, perchè mi evitavano conflitti con gli altri operatori e mi rendevano facile e remunerativo avviare dei corsi di informatica avendo anche il supporto del comune.

Questa sera, osservandoli da un’altra prospettiva, mi si è palesata una differente interpretazione…

La domanda che mi sono posto è “perchè?”.

Per quale motivo dovrebbe essere il comune a pagare dei corsi di formazione informatica per una decina di persone? Perchè dovrei sottrarre dei soldi a tutti, che potrebbero servire per sistemare le strade o diminuire il debito, per fornire dei servizi a quei pochi che usufruiscono dei miei ipotetici corsi? Quale beneficio ne trarrebbe il comune da tali corsi? Seconda domanda che mi sono posto, “ma quello che so quanto vale?” Se dovessi accettare l’idea che il comune paghi i miei corsi perchè la mia conoscenza sia gratuitamente disponibile… A questo punto il valore che, chi mi sta accanto, darebbe alla mia conoscenza ed alla mia persona è pari allo zero.

Di corsi di informatica gratuiti ne ho fatti, e ne farò altri (se ne avrò la possibilità), ma non dovranno essere pagati da nessuno e soprattutto saranno su argomenti e con persone che eticamente ne hanno bisogno.

Per quanto riguarda il mettermi d’accordo con gli altri operatori del settore, avevo già in parte organizzato i miei servizi in modo tale ridurre al minimo la sovrapposizione del mio campo con quello di altri.

Ovviamente qualche servizio non può non incrociarsi perchè l’ambito informatico a questo livello ed in questo ambiente è abbastanza ristretto. Ma quello a cui puntavo ed a cui continuo a puntare è una sana collaborazione negli ambiti in cui ciascuno di noi è carente. In modo da integrare i servizi forniti da ciascun azienda ed espanderci a livello globale.

Reputo invece sbagliato accordarsi su un costo standard di servizio, per 3 motivi:

  1. Il cliente ci perde perchè si trova in un mercato falsato da regole di mercato falsate.
  2. Il Negoziante ci perde perchè il servizio che offre non viene valutato per il valore effettivo.
  3. La società stessa ci perde, perchè il mercato resta fondamentalmente stabile e non vi è la possibilità di miglioramento o di espansione. Per questo la società tenderà a tagliare fuori le nuove generazioni da un mercato che tendenzialmente dovrebbe favorire le nuove generazioni.
  4. Si espone il mercato alla colonizzazione daparte di grandi aziende esterne, che difficilmente entrano a patti con i piccoli imprenditori.

A breve inizierò ad organizzare i miei primi corsi base di informatica a Calimera. Molto probabilmente saranno dei fallimento perchè chiederò il pagamento di una quota di partecipazione (soprattutto per l’affitto della saletta e per giustificare il mio lavoro).

Io, nonostante tutto, continuo ad andare avanti per la mia strada… Qualcuno, spero,  inizierà a capire…

L’uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l’evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigo­rifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com’è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L’ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasti­camente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di posseder-lo un giorno. La situazione nuova in cui si pone al riguardo la TV è questa: la TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman. La TV presenta come ideale l’uomo assolutamente medio. A teatro Juliette Greco appare sul palcoscenico e subito crea un mito e fonda unculto; Josephine Baker scatena rituali idolatrici e dà il nome a un’epoca. In TV appare a più riprese il volto magico di Juliette Greco, ma il mito non nasce neppure; l’idolo non è costei, ma l’annunciatrice, e tra le annunciatrici la più amata e famosa sarà proprio quella che rappresenta meglio i caratteri medi: bellezza modesta, sex-appeal limi­tato, gusto discutibile, una certa casalinga inespressività. Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rap­presenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. Se, secondo la nota boutade, la statistica è quella scienza per cui se giornalmente un uomo mangia due polli e un altro nessuno, quei due uomini hanno mangiato un pollo ciascu­no — per l’uomo che non ha mangiato, la meta di un pollo al giorno è qualcosa di positivo cui aspirare. Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio, si tro­va immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La “medietà” aristotelica è equilibrio nell’esercizio delle pro­prie passioni, retto dalla virtù discernitrice della “pruden­za”. Mentre nutrire passioni in grado medio e aver una media prudenza significa essere un povero campione di umanità. Il caso più vistoso di riduzione del superman all’every­man lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta uni­ta (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o fin­zione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti. Per capire questo straordinario potere di Mike Bongior­no occorrerà procedere a una analisi dei suoi comporta-menti, ad una vera e propria “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, dove, si intende, con questo nome è indicato non l’uomo, ma il personaggio. Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlan­do, un grado modesto di adattamento all’ambiente. L’amore isterico tributatogli dalle teen-agers va attribuito in parte al complesso materno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intrav­vedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese. Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all’apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressio­nare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fat­ti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla. In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primiti­va ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la me­todologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l’uomo non predesti­nato rinunci a ogni tentativo. Mike Bongiorno professa una stima e una fiducia illi­mitata verso l’esperto; un professore è un dotto; rappre­senta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza. L’ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quan­do, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L’uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio. Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore (“Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!”). Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le im­pietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: “Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?”. Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: “Scusi, signora guardia…”) usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: “si­gnor spazzino, signor contadino”. Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d’Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic). Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È pa­terno e condiscendente con gli umili, deferente con le per­sone socialmente qualificate. Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosi­na che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l’unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della Televisione). Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a tendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sem­pre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è ri­gorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neo-posi­tivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potreb­be essere più facondo di lui. Non accetta l’idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabuc­co e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fer­mamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di con­seguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica. Mike Bongiorno è privo di senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l’interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si na­sconda una verità, comunque non lo considera come vei­colo autorizzato di opinione. Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non man­ca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa… “Mi dica un po’, si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos’è di preciso questo futurismo?”). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l’opinione dell’altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse. Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: “Cosa vuol rappresentare quel quadro?” “Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?” “Com’è che viene in mente di occuparsi di filosofia?”. Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze co­lorate e la coda di cavallo è “bruciata”. Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene, desidererebbe di­ventare come l’altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l’educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare pe­rifrasi: la perifrasi è già una agudeza, e le agudezas ap­partengono a un ciclo vichiano cui Bongiorno è estraneo. Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l’artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quan­do la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provo­cazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei cri­tici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uo­mo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta por­tando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto. Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortafo sull’esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita. Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rap­presenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiun­gere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.

Umberto Eco, Diario Minimo, 1961

Ogni religione ha i suoi comandamenti… nell’incertezza mi do qualche regoletta…

  1. Tu sei il Signore, tuo Dio. Non avere altri dèi di fronte a te. Non ti fare idoliimmagini. Non ti prostrare davanti a quelle cose.
  2. Vivi ogni giorno come se fosse il giorno dedicato all’umanità.
  3. Onora tuo padre e tua madre, perché il mondo in cui vivi è quello che loro ti hanno lasciato.
  4. Prenditi cura del tuo mondo perché è l’unica cosa che lascerai ai tuoi figli.
  5. Non uccidere.
  6. Non rubare.
  7. Non mentire.
  8. Non causare dolore.
  9. Rispetta gli esseri viventi, qualsiasi forma essi abbiano.
  10. Fuggi dall’idea di assoluto e ricorda che qualunque cosa tu possa pensare sarà solo una piccola parte della verità.

Per la verità ce ne sono tante altre di regolette, ma non mi va di tediarvi più di tanto… sono in vacanza…

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