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Gocce di mare


L’oscurità che mi è intorno, il boato delle onde che instancabili si infrangono sulla scogliera. Il vento freddo dell’inverno che congela le ossa e i pensieri… troppo vino nel sangue.

Sorrido, come si sorride della propria vita, ed osservo in lontananza il profilo della torre di Roca… Sono di nuovo solo, in questo mare in tempesta.

Storie, che si ripetono, e suoni che lentamente pervadono la mia testa… sul viso delle gocce che infreddoliscono i miei pensieri…

Nella casa grida e musica mentre, qui fuori, aspetto che succeda qualcosa che possa dare un senso a questa serata… Avrei bisogno di capire, di parlare di me e del mio futuro, avrei bisogno di sentirmi accarezzato ancora una volta dalla vita…

Guardo un’altra onda che sbatte violentemente sui sassi e sento la pioggia che scorre lentamente sulla mia pelle. Le case abbandonate e senza vita mi sembrano dare un oscuro presagio…

Una lacrima solca il mio viso e si perde tra le mille gocce che mi bagnano… Sento qualcosa dentro che mi spinge ancora a percorrere, in salita, questa mia strada…

Ricordando il passato, l’ignoto fa meno paura…

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Un vetro bagnato


Un vetro bagnato mi separa dalla pioggia che cade dolcemente su una distesa sterminata di onde e di solitudine. Osservo scorrere lentamente le gocce su di esso e seguo le loro scie creare meravigliose decorazioni.

Il mare, docile ma non fermo, si increspa, si agita e si contorce sospinto dalle correnti e da una lieve brezza contraria. E’ vivo e fa ondeggiare lentamente, come foglie accarezzate dal vento, le barche ed i pescherecci che sono posati su di esso.

La pioggia riempie il porto della sua umidità e del suo grigiore mentre tutto sembra immensamente spoglio e triste, le gocce si perdono nell’immensa distesa di acqua che mi si para davanti e lasciano andare quella parvenza di vita che le accompagnava.

Sono fermo, come incantato, ed un brivido di freddo percorre la mia schiena quando sollevo il mio sguardo.

I gabbiani, come immensi aquiloni, sorvolano il porto e, nonostante la pioggia ed il freddo, sembrano giocare tra loro . La pioggia li tocca e li bagna, ma continuano incuranti a volare. Mi vedo come un passero infreddolito e spaventato protetto da un ramo e capisco che il posto più sicuro per loro.

Sento un altro brivido che più forte percorre l’anima penso alle loro ali spiegate ed alla loro forza:

Rifletto sulla loro natura e mi rendo conto che un gabbiano è nato per essere in volo. Lo stare al riparo, goffamente, dalla pioggia è lontano da ciò che realmente sono…

Il gabbiano anche nei momenti di maggiore fragilità deve tornare a volare…

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Il gabbiano


Apre lentamente le ali, si guarda intorno e con due rapidi colpi s’innalza. Mostra la sua forza all’uomo ma l’uomo non si cura più di essa, si mostra in volo, ma l’uomo ha conosciuto anche quello ed in lui non suscita meraviglia. Creatura immensa che cerca di mostrare la sua forza e la sua bellezza.

Affacciato su questo balcone osservo il mare sotto di me e mi sovviene per un attimo un pensiero. Sono creatura del mondo e in quanto tale ho i miei limiti. Non conosco la sensazione del volo, se non tramite di attrezzi meccanici, non conosco la quella sensazione di libertà, perchè il mio corpo è vincolato dalla gravità.
Ogni movimento del mio corpo, come quello del gabbiano, ha degli effetti sulla realtà circostante ed ogni mio respiro varia lo spazio intorno a me. Gli effetti dei miei movimenti sono differenti in base alle modalità stessa del movimento che compio.

Bilanciare una freccetta nel gioco del tiro a bersaglio è un continuo manifestarsi di questa realtà. Conoscere la freccetta ed il suo peso, ignorare il rumore, valutare la distanza, la traiettoria,la temperatura dell’aria, il movimento del braccio ed il punto in cui lasciare la freccetta.

Ogni minimo errore di valutazione ed ogni minima interferenza portano un errore macroscopico nell’effetto del lancio.

Mi incammino verso la spiaggia, mi tolgo i sandali e poso i miei piedi sulla sabbia tiepida. Mi avvicino alla riva e continuo a camminare per alcuni metri. Il mare calmo si increspa leggermente ad un soffio di vento. Cammino ancora e sulla spiaggia vedo un ciottolo appiattito: mi chino e lo raccolgo.

Guardo il mare, ancora piatto, allungo il piede destro sulla sabbia bagnata, piego il gomito ed il ginocchio destro per imprimere forza al movimento, muovo il capo con decisione. La mano, con l’indice dritto come un grilletto, imprime un senso rotatorio alla pietra. In un millesimo di secondo sospendo il respiro, decido di lasciare andare sasso e chiudo per un decimo di secondo gli occhi… un salto curvo… pluff!

Ogni movimento ha degli effetti in base a come viene effettuato.

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Ciottoli


Ciottoli colorati che cambiano ad ogni onda, infinite monadi di una realtà estesa e caotica che varia al minimo variare di ognuna di esse. Ogni mio passo modifica la realtà di questa spiaggia, ogni onda che arriva modifica la realtà dei miei passi.

Siamo parti di uno stesso sistema, in continua evoluzione, e ci condizioniamo vicendevolmente. Ogni sensazione che proviamo è fondamento del nostro comportamento, ogni nostro comportamento porta una modifica al sistema e a ciò che ci circonda.

Siamo una fonte infinita di variabili, possiamo prevedere alcuni risultati di ciò che facciamo, ma l’effetto totale di ogni nostra azione porta delle modifiche tanto radicali da rendere impossibile qualunque tipo di previsione sulle variazioni nel sistema circostante.

Il numero di variabili che generiamo nel sistema è praticamente infinito e ad ogni nostra azione la realtà genera un numero uguale e contrario di variabili per bilanciare il proprio stato, questa regola vale per ogni essere vivente e non vivente.

Il sole, in lontananza, sembra immutabile ed infinito, isolato nel vuoto di uno spazio eterno, le mie azioni non sembrano influenzarlo. Rifletto sui sassi e mi rendo conto di vivere all’interno di questo sistema definito e limitato. Ho l’impressione di trovarmi sul più piccolo dei sassolini di questa spiaggia… l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo convivono in me…

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